Divisione di Fanteria Sforzesca (2^)
Storia
La Divisione "Sforzesca" è erede diretta della Brigata di Fanteria "Umbria" formata nel 1861, a seguito dell'annessione di quella regione al Regno d'Italia. I due reggimenti che la formavano, 53° e 54°, presero parte ai più importanti eventi bellici della storia d'Italia, dalla liberazione del Veneto nel 1866 fino alla Prima guerra mondiale, dove legò il suo nome alle dure battaglie sul Monte Piana. Con le diverse riforme seguite al 1918 modificò più volte composizione fino a giungere, nel 1939, alla definitiva denominazione di Divisione di fanteria "Sforzesca", dal nome della località nei pressi di Novara dove, il 21 marzo 1849, le truppe sabaude sconfissero gli austriaci penetrati in territorio piemontese. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale la sede della Divisione era a Novara, che ospitava anche il 54° fanteria e il 17° artiglieria, mentre il 53° era acquartierato in Biella. Lo scoppio delle ostilità trova la Sforzesca sul fronte occidentale, impegnata nei duri scontri per lo sfondamento delle linee francesi sul Monginevro.
Dopo un periodo di riposo la Divisione viene di nuovo mobilitata per un altro fronte caldo, quello Greco-Albanese, dove giunge nel gennaio del 1941. Subito messa in linea per fermare l'avanzata nemica, si distingue nella difesa del Mali Scindeli e nel successivo contrattacco verso Klisura, dove alto è il numero delle perdite e degli atti di valore. Resta in territorio greco fino al luglio del '41 quando rientra in Italia.
Campagna di Russia
Nel 1942 viene decisa la creazione di una nuova Armata, con lo scopo di rinforzare le truppe che già dal '41 operano sul fronte russo accanto ai tedeschi. Il C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), comandato dal generale Messe e che conta 60.000 uomini, non è ritenuto sufficiente dal governo italiano per poter avere parola sulla prossima, prevista, spartizione del paese sovietico. Nonostante i dubbi sollevati da alcuni vertici militari è creata l'ARM.I.R. (Armata Italiana in Russia), il comando affidato al generale Gariboldi, con una forza totale che assomma a 230.000 effettivi. La Divisione, che vede oltre ai veterani di Francia e Albania, molte reclute del '22, parte dalle proprie sedi nell'ultima decade di giugno, raggiungendo per ferrovia l'Ucraina dopo diversi giorni di viaggio, spesso rallentato da azioni di sabotaggio. Da li, inquadrata ancora nel CSIR, inizia l'avanzata verso il fronte, sostenendo piccoli scontri contro le retrovie nemiche in ritirata. La linea del Don è raggiunta solo agli inizi di agosto e il giorno 13 è disposta in prima linea per sostituire i bersaglieri della Celere, duramente provati dalle recenti battaglie nell'ansa di Serafimovic. Il fronte coperto va da Rybinskiy a Bobrovskiy, il 53° a sinistra, il 54° a destra. Fin da subito la posizione assegnata si dimostra di difficile difesa, sia l'esteso fronte da coprire, che una pericolosa terra di nessuno nel settore di congiunzione con le truppe tedesche, rendono facili le azioni di pattuglie russe. Nella notte tra il 19 e il 20 agosto, alle ore 2, scatta l'offensiva russa, numerosi battaglioni sovietici sono trasportati oltre il fiume e dirigono il loro attacco sul fianco destro del 54° Reggimento, maggiormente sguarnito. La situazione appare subito grave, un battaglione di riserva viene inviato per bloccare il tentativo di aggiramento ma nel frattempo tutto il resto del fronte divisionale è coinvolto in durissimi scontri e l'alto numero di perdite ne è testimonianza. Il 21, ormai, il pericolo di crollo dell'intera linea è reale e per evitarlo viene deciso l'immediato ripiegamento dal Don su capisaldi più difendibili, il 53° si attesta a Jagodniy, il 54° a Chebotarevskiy. Ma mentre il primo riesce a resistere, grazie anche all'intervento di ulteriori rinforzi come i Lancieri di Novara, i fanti della Pasubio e i bersaglieri della Celere, sul secondo i russi aumentano l'intensità dell'attacco e il provato 54° reggimento, con le Camicie Nere inviate di rinforzo, è costretto a ripiegare ulteriormente prima a Kotovskiy, infine a Bolshoiy. E rientra proprio in queste operazioni la celebre carica di Savoia Cavalleria, effettuata il 24 agosto nei pressi di Isbuchenskiy al fine di proteggere le truppe defluenti da Chebotarevskiy. Terminata la fase propulsiva i sovietici mantengono le posizioni conquistate, resistendo ad un attacco di alcuni battaglioni alpini, dirottati in tutta fretta durante il loro viaggio verso il Caucaso. Nel corso di 10 giorni la Sforzesca ha ceduto 25 km di fronte al nemico, meritandosi l'ingeneroso appellativo di "cicaj", letteralmente "scappa" in lingua locale. Ingeneroso soprattutto per l'altissimo contributo di sangue pagato dai suoi uomini.
Terminata questa prima fase la Sforzesca è inviata in retrovia per riorganizzarsi dopo la pesante sconfitta, dall'Italia intanto, a metà settembre, partono i complementi inquadrati nel 2° Reggimento di Marcia. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre la Sforzesca viene nuovamente inviata in prima linea tra Veshenskaya e l'ansa di Merkulov, estrema propaggine meridionale dell'Armir. Solo un mese dopo i russi danno inizio all'Operazione Urano, rivolta contro l'Armata rumena allo scopo di isolare i tedeschi impegnati a Stalingrado. La Sforzesca, il cui settore confina proprio con i rumeni, invia il 23 novembre un gruppo di combattimento formato da una piccola aliquota, per rinforzare le difese alleate. Quello che ora accade alle truppe rumene è un'anticipazione di ciò che, di li a poco, avrebbero vissuto anche le divisioni italiane.
Dall'11 dicembre ha inizio l'Operazione Piccolo Saturno, questa volta sono le divisioni di fanteria dell'Armir ad essere coinvolte. I primi giorni i russi si impegnano in una battaglia di logoramento, portata da fanterie e artiglierie, con lo scopo di ridurre le capacità difensive italiane, in un secondo momento, dal 16, ha inizio la vera battaglia di sfondamento, entrano in campo le temibili truppe corazzate, contro cui poco o nulla possono le armi controcarro italiane, ormai obsolete di fronte al progredire della tecnologia avversaria. Sono le divisioni Ravenna e Cosseria a subire il grande impatto e in pochi giorni le truppe sovietiche dilagano oltre le linee italiane iniziando l'azione di accerchiamento. La Sforzesca, pur non subendo direttamente l'attacco, si trova in una zona delicata, sia alla destra, dove opera la Celere, che alla sinistra, dove sono i rumeni, i sovietici riescono a sfondare e avanzare in profondità. Ancora però si pensa di poter mantenere la linea del Don e a questo scopo un gruppo di intervento è creato con due battaglioni, uno del 53° e uno del 54° più alcuni pezzi d'artiglieria, lo scopo è riconquistare importanti capisaldi perduti dai bersaglieri. L'azione tra il 16 e il 17, dopo un iniziale successo, è interrotta per il forte contrattacco nemico che causa perdite importanti. La situazione è ormai gravissima, scoperta sui due lati la Sforzesca è costretta a ripiegare sulle posizioni del fiume Chir, dove si attesta nella giornata del 19. Nel frattempo il comando di Divisione, con il 17° artiglieria, raggiunge Popovka, dove è impegnato dai carri nemici nella giornata del 21, numerose sono le perdite di uomini e materiali. Un altro gruppo del 17° reggimento, nel tentativo di raggiungere una postazione ancora più arretrata, presso Kashary, si imbatte in una colonna nemica che causa grandi vuoti tra caduti e prigionieri. I due reggimenti di fanteria, ancora sul Chir, sono quindi circondati alle spalle e ai lati. Anche l'aviazione sovietica opera durante queste fasi, con azioni a bassa quota sulle colonne in ripiegamento, provocando panico e numerose perdite. Nella giornata del 21 i reggimenti, ormai sempre più isolati, si riuniscono presso Verchne Chirskij, e da li tentano un'ultima manovra per uscire dalla sacca. L'itinerario si snoda nella steppa innevata, con temperature fino a 35° sotto zero, senza ripari per la notte, senza alcuna copertura di artiglieria o carri armati, contro un nemico meglio equipaggiato e motivato. L'azione si svolge sotto un costante e violento fuoco dei reparti corazzati russi che impediscono al grosso della Sforzesca di raggiungere le postazioni previste, solo una piccola parte del 53° reggimento, al comando del colonnello Contini, riesce a rompere la sacca e riunirsi ad Annevskij col comando di Divisione. Da li continuano la ritirata a bassissime temperature, tra continui raid nemici e blocchi da superare. Solo il 30 dicembre questa colonna, denominata Blocco Sud e formata con aliquote di altre divisioni come Celere e Pasubio, rientra nella nuova linea creata dai tedeschi e riesce così a mettersi in salvo. I resti della Sforzesca, circa 4.000 uomini di cui 800 feriti o congelati, saranno rimpatriati nel marzo del 1943, circa 8.000 mancano all'appello, e solo una minoranza di questi riprenderà la via dell'Italia dal 1945, dopo la cessazione delle ostilità.